Alimentazione dei monaci nei secoli, da Subiaco a Montecassino

La storia monastica conosce due tipi di monaci:

  1. gli eremiti, che vivono da soli nei deserti o nelle selve, sulla scia di Gesù che si ritirò quaranta giorni nel deserto a pregare e digiunare;
  2. i cenobiti, persone che si consacrano a Dio e vivono insieme in un monastero sotto una regola ed un superiore.

La differenza nelle abitudini quotidiane si rispecchia anche nella loro alimentazione:

ALIMENTAZIONE DEGLI EREMITI

gli eremiti si cibano essenzialmente di erbe selvatiche, frutti spontanei e di quanto viene donato da eventuali benefattori. Lo stesso San Benedetto nell’eremo di Subiaco si cibava grazie alla carità di Romano, un monaco di un vicino monastero, il quale gli calava da una rupe il cibo sottratto al suo pasto quotidiano.

Nei secoli sono sorti vari ordini monastici eremitici, come i Camaldolesi di S. Romualdo nei X-XI Sec. in Italia, e i Certosini di S. Bruno in Francia. Nella certosa di Padula, a sud di Salerno, si possono vedere ancora oggi le celle, accanto alle quali c’è un orto che il monaco curava coltivando ortaggi e frutti che poi passava alla cucina della comunità. Un addetto alla cucina una volta al giorno si recava davanti alla cella del monaco, deponeva dalla finestrella un cestino col vitto quotidiano e ritirava il contenitore vuoto del giorno prima.

ALIMENTAZIONE DEI CENOBITI

I cenobiti fin dalla loro fondazione hanno avuto una regola, all’inizio alquanto severa, poi, nel tempo è stata modificata e adattata. Quella di San Benedetto (Sec. VI) è stata la più diffusa in Europa per molti secoli.
Le pietanze venivano preparate in modo piuttosto semplice. I monaci coltivavano frumento, orzo, segale; legumi, in particolare fave e fagioli; cavoli, aglio, cipolle, finocchi, lattuga, rape, zucche, frutti importati dall’Asia e dalle Americhe quali peperoni, pomodori, patate, melanzane.
Tra gli alberi da frutto certamente fico,ciliegio, melo, pero ,noce, vite e olivo. Una nota particolare merita il castagno coltivato in zone montagnose, e il suo frutto molto nutriente veniva impiegato anche per confezionare il pane. La quercia per le ghiande, utili per l’allevamento dei maiali. I capperi i cui frutti, conservati sotto aceto, sono ottimi per la preparazione di salse piccanti. Si possono ancora oggi vedere in cespuglietti fuoriuscire dai vecchi muri di Montecassino, compreso quello più grande che fino a poco tempo fa era appena a destra della scritta “Pax”.
L’alimentazione era prevalentemente a base di erbe e frutta. Quando però in monastero giungeva un ospite di riguardo, si faceva una eccezione: si mangiava carne. La carne era concessa anche ai malati finché durava lo stato di prostrazione fisica. Di eccezione in eccezione, si arrivò dopo secoli, a mangiarne regolarmente, eccetto in quaresima e in giorni di astinenza. Il pane era il cibo base: San Benedetto ne prescrive circa un chilogrammo. Nel museo di Montecassino si può
ancora ammirare il “peso del pane” corrispondente appunto alla razione quotidiana di ciascun monaco.

San Benedetto, nella sua Regola stabilisce nel pasto principale due pietanze cotte tra le quali scegliere e una terza portata che al tempo consisteva in frutta di stagione o teneri legumi da consumare crudi (fave, ceci, lupini).
Per quanto riguarda le bevande, i monaci dei primissimi secoli del Cristianesimo non bevevano vino. San Benedetto nella sua Regola segue questo pensiero: il vino non è una bevanda necessaria, quindi non si addice ai monaci, ma se Dio l’ha creato, allora lo bevano con moderazione. È concesso mezzo litro al giorno, “però chi ha la forza e la virtù di astenersene, riceverà una particolare ricompensa da Dio” ( Regola, XL,4 ). Secondo l’uso, al vino si mescola un po’ d’acqua, “mixtum”. Nei monasteri dell’Europa centrale e settentrionale, dove non si coltivava la vite, i monaci bevevano la birra. Oggi i monaci di Montecassino come i monaci di tutto il mondo seguono orientativamente la stessa alimentazione di una qualsiasi famiglia nel rispetto delle festività.