Donato Ogliari, Tempo e Spazio – Alla scuola di San Benedetto – La Cella

Nel ‘viaggio’ all’interno dei locali del monastero, affrontato da S.E.Donato Ogliari nel suo libro, in ‘Tempo e Spazio – Alla scuola di San Benedetto’ è la volta della ‘cella’ dopo La Biblioteca e l’Archivio  La Sala Capitolare.

Il termine latino “cella”, che, nel II secolo, è stato fatto proprio anche dalla lingua greca, nella forma “kella”, «stava a designare una piccola camera di povero, per esempio quella di uno schiavo o di un prigioniero, e spesso una grotta». Questo termine fu adottato sin dall’inizio del movimento monastico, presso gli anacoreti o eremiti del Basso Egitto (prima metà del IV secolo), per indicare la capanna solitaria dove il monaco viveva in raccoglimento, nella preghiera e nel lavoro. Giovanni Climaco metterà in risalto anche il ruolo pacificatore e contemplativo della cella, oltre a quello di consentire il raccoglimento solitario.

Senza dubbio, presso il monachesimo anacoretico, la perseveranza nella cella costituiva la condizione senza della quale si riteneva impossibile costruire un’esistenza basata su un’autentica ricerca di Dio.

Anche se Benedetto iniziò la sua esperienza monastica come eremita, e benché anche da cenobita abbia continuato a tenere in grande stima la vita anacoretica, nella sua Regola egli non fa alcun accenno alla cella come abitazione del singolo monaco, né alla spiritualità connessa. Quando Benedetto usa il termine “cella”, questo sta ad indicare il “monastero” o alcuni luoghi specifici all’interno del medesimo, adibiti ad usi diversi, anche se sempre con una connotazione “comunitaria”: il “dormitorio”, il locale dell’infermeria; l’alloggio per gli ospiti; i locali del noviziato dove i nuovi arrivati meditano, mangiano e dormono.

L’unico luogo per il quale il termine “cella” ha un’accezione “individuale” è l’alloggio del portinaio. La sua “cella” è stata prevista e collocata accanto alla porta del monastero, in modo che egli sia sempre pronto a rispondere a chiunque vi bussi, in qualsiasi momento del giorno e della notte.

Solo nel tardo Medioevo nei monasteri benedettini avviene il passaggio dal dormitorio comune alla cella. Quest’ultima, anche semanticamente, è intesa come espressione di una nuova esigenza: quella di uno spazio privato all’interno del cenobio, che i monaci possano coltivare e gestire singolarmente. Contestualmente alla comparsa della “cella singola” ha inizio anche un’elaborazione della spiritualità della medesima. In Italia, ad esempio, nella Congregazione di S. Giustina o “de Unitate” (in seguito chiamata Cassinese) viene introdotto l’uso della cella singola affinché, in maniera più adeguata e proficua, «i monaci possano attendere alla contemplazione, alla lettura e allo studio».

A tutt’oggi la cella è il luogo della preghiera, dello studio e della lectio divina, la lettura meditativa e orante della Sacra Scrittura, ma anche della lettura in senso lato, intesa anch’essa come un valido apporto all’arricchimento dello spirito. Il tutto è vissuto come parte del processo di unificazione del proprio “io” che, nella cella, trova uno spazio significativo per il suo inveramento.[…]

Potremmo anche dire che se per Antonio il Grande la solitudine era il luogo in cui egli «subiva ogni giorno il martirio della coscienza» combattendo «la lotta della fede» per il monaco benedettino tale luogo è ora costituito soprattutto dalla cella. Lì il monaco impara a incontrarsi e a vivere e a crescere con se stesso, secondo quella bella e profonda descrizione dell’eremita Benedetto, lasciataci da Gregorio Magno: «E lì, da solo, sotto gli occhi di Dio, abitò con se stesso (habitavit secum)».

Per il monaco la cella è il luogo dove – più che altrove – egli si confronta con se stesso, con la nudità del proprio io, svestito di maschere o di apparenze che non ne rispecchiano la verità e l’entità. È il luogo dove egli impara ad «abitare con se stesso» sotto lo sguardo di Dio che lo illumina e lo sprona nelle sue aspirazioni al bene e negli slanci dettatigli dalla carità, che lo consola e lo incoraggia nelle sue esitazioni, che lo risolleva dalle sue cadute e dalle sue debolezze.

La cella monastica non è il luogo dell’isolamento coatto, come lo è una cella carceraria, né dell’isolamento meramente autoreferenziale, come può divenirlo la propria cameretta, dove ci si può rinchiudere solo per isolarsi dal mondo circostante e non entrare in contatto con esso. No, la cella monastica è il luogo della solitudine piena, viva e vivificante, dove il monaco impara a custodire se stesso e dove, premunendosi contro il rischio di vedere il proprio “io” vanamente sfilacciato in varie direzioni, si costruisce attorno ad un centro unificante che lo fortifichi nella sua vita interiore imprimendo un senso imperituro e sempre nuovo alla quotidianità monastica.

La cella del monaco non è dunque il luogo della consumazione egoistica dello spazio e del tempo, ma il luogo dove – attraverso la meditazione orante della Parola di Dio (lectio divina) e lo studio – egli si rende sempre più vulnerabile all’azione di Dio e si educa a rapportarsi al mondo degli uomini e delle cose con lo stesso sguardo, libero e liberante, che Dio ha su di esso. Lo “sguardo di Dio” è, in ultima analisi, il collante di questo continuo processo di unificazione della vita del monaco, processo che trova nella cella uno spazio nel quale realizzarsi con autenticità.

Possiamo perciò affermare che la cella monastica – in quanto spazio privatamente gestito da ogni singolo monaco – altro non è, in sé, che uno spazio fisico delimitato, il cui significato è dato dal modo con cui esso è non solo abitato ma soprattutto “vissuto”.